Antonio
Cantafora è cittadino antico di una terra antica, la Magna Grecia, basta
scorrere la sua biografia per capire che la sua vocazione alla pittura non è
dettata da mode estemporanee ma quasi iscritta in un patrimonio cromosomico di
iniziatica sapienza dove convivono memoria e manualitàartigiana.
Antonio, infatti, è nato a Crotone, perla della Magna Grecia, da una famiglia
molto particolare, uno schietto ceppo patriarcale emblematico dell’humus
culturale che laggiù prospera e dà sorprendenti frutti: suo nonno materno,
Licinio De Agazio, era un apprezzato tenore, suo padre firmava Arnà suggestivi
squarci di vita calabrese dell’epoca, mentre suo zio, il canonico Arduino
Cantafora, bizzarro uomo di fede, chiosava con certosina pazienza ritratti a
tutto tondo, non sempre e solo mistici.
Dunque, nella storia di Antonio è presente, fin dall’infanzia, un prepotente
bisogno di esprimersi, cercando, oltre la cultura ufficiale, chiavi più
personali, modelli più vicini, ascoltando, in una parola, la prepotente
suggestione che arriva da lontano, da zone remote del sapere, del mito, della
filosofia dove si parla un linguaggio universale che nella famiglia Cantafora
non hanno mai dimenticato, mai affossato negli stereotipi della comunicazione
quotidiana. Antonio vuole essere pittore e sempre più lo sta diventando con
caparbietà, con umiltà, semplicemente ascoltando se stesso: liberando
dall’inconscio,senza freni inibitori, il codice alchemico che fu di Pitagora.
Quasi questo personaggio mitico è stato eletto da Cantafora a suo nume
protettore in una ricerca espressiva in cui nessuna regola è data, nessuna
costrizione è sofferta, perché signore assoluto di questo novello viaggio
iniziatico è un demone interiore assolutamente libero, selvaggio, interamente
sovrano e capriccioso nel piegare al suo estro ogni tecnica.
E Cantafora sperimenta con foga, come posseduto, soluzioni figurative e
materiali disparati senza mai saziarsi, senza mettere un punto fermo, senza
obbedire alla regola pudica dell’autocensura. Una volta trovato il filo
d’Arianna, l’artista si avventura nel labirinto, con fiducia, con gioia, senza
mai chiedere dove il percorso lo condurrà.
Donne dall’ambiguo fascino, divinità infere e ancestrali, navi ed eroi, una
città, la sommersa Atlantide, di cui ancora si favoleggia: i temi si rincorrono
in grandi tele dalle campiture fantastiche e dai colori primordiali
nell’emozione di una grande avventura.
La nave è salpata, sospinta dal grecale. Un intero ciclo di sentimenti e figure
agli albori della storia umana si dipana con la forza e la certezza persuasiva
che solo il demone di un oracolo può ispirare. Dopo ottime prove all’estero
(ricordiamo l’esposizione brasiliana alla Galleria Posada del 1984, al Palace
Hotel di Saint Moritz nel 1990, alla Recta di Ginevra nel 1992 e la recentissima
alla Galleria Rodeo di Los Angeles),
Antonio Cantafora torna nella terra dei suoi padri, a inseguire le terrestri
oniriche del suo esaltante mosaico, per un appuntamento che è solo una tappa
dell’inebriante viaggio. "Dopo ottime prove all’estero (ricordiamo l’esposizione
brasiliana alla Galleria Posada del 1984, al Palace Hotel di Saint Moritz nel
1990, alla Recta di Ginevra nel 1992 e la recentissima alla Galleria Rodeo di
Los Angeles), Antonio Cantafora torna nella terra dei suoi padri, a inseguire le
terrestri oniriche del suo esaltante mosaico, per un appuntamento che è solo una
tappa dell’inebriante viaggio."
Cantafora ama la corda pazza della vita. Con il suo pennello, dall'imprinting
veloce, raccoglie l'esplosione dei sentimenti, il balletto giocoso della
commedia, in macchie di colore che si affastellano sulla tela, proprio con
l'incalzare impetuoso dell'umana follia. La sottile capacità, però, dell'artista
di sondare psicologie e comportamenti, tende a una visione più rarefatta ed
essenziale quando, dalla pochade brillante, il suo occhio precipita nel dramma,
scava nell'abisso senza fondo dove si dipartono le radici stesse del bene e del
male. Ecco l'ultimo capolavoro, ispirato a "La sottile linea rossa",
composizione materica densa di storia, che trasuda sangue e angoscia, buio e
speranza, violenza e ansia di palingenesi. Un'opera dal rigoglioso taglio
morale, quasi un monito rivolto a tutti gli uomini di buona volontà, per un
millennio che è alle porte."
Antonella Amendola